33) Planck. Relativit e assoluto.
La relativit di Einstein non sopprime l'assoluto nella natura.
Non siamo noi che creiamo il mondo esterno come ci fa comodo, esso
ci si impone. L'assoluto non  un oggetto da afferrare, ma una
meta ideale che ci sta sempre davanti, senza che noi possiamo
raggiungerla.
M. Planck, La conoscenza del mondo fisico, traduzione di E.
Persico e A. Gamba, Boringhieri, Torino, 1964, pagine 172-174.

 La scoperta di Einstein che i nostri concetti di spazio e tempo,
che Newton e Kant ponevano a base del loro pensiero come forme
assolute e date della nostra intuizione fenomenica, hanno invece
un significato relativo per l'arbitrio che  implicito nella
scelta del sistema di riferimento e del metodo di misurazione, 
forse fra quelle che pi intaccano le radici del nostro pensiero
fisico. Ma negando il carattere assoluto dello spazio e del tempo
non si elimina l'assoluto dall'universo, lo si sposta
semplicemente pi indietro nella metrica della molteplicit
quadridimensionale, che consiste nel fondere insieme spazio e
tempo in un continuo unitario per mezzo della velocit della luce.
Questa metrica  una cosa a s, distaccata da qualunque arbitrio,
e quindi  un assoluto.
Cos anche la teoria della relativit, troppe volte male
interpretata, non solo non sopprime l'assoluto, ma al contrario
mette in evidenza in modo ancor pi netto che la fisica si fonda
sempre su di un assoluto posto nel mondo esterno. Poich se
l'assoluto, come pretendono molti teorici della conoscenza,
esistesse solo nell'esperienza vissuta di ognuno, dovrebbero
esserci tante fisiche quanti sono i fisici, e non potremmo affatto
comprendere come mai sia stato possibile, almeno fino a oggi,
costruire una scienza fisica che  la stessa per le intelligenze
di tutti gli scienziati, nonostante le differenze delle loro
esperienze vissute. Non siamo noi che creiamo il mondo esterno
perch ci fa comodo, ma  il mondo esterno che ci si impone con
violenza elementare: ecco un punto su cui  necessario insistere,
nel nostro tempo impregnato di positivismo. Quando, nello studio
di ogni fenomeno naturale, procuriamo di passare da ci che 
particolare, convenzionale e casuale a ci che  generale,
obiettivo e necessario, non facciamo altro che cercare dietro il
dipendente l'indipendente, dietro il relativo l'assoluto, dietro
il transitorio il perenne. E, per quanto mi consta, questa
tendenza non  rilevabile soltanto nella fisica, ma in ogni
scienza, e non solo nel campo del sapere, ma anche in quello del
buono e del bello [...].
Concluder con una domanda assai ovvia ma imbarazzante. Chi ci
garantisce che un concetto, a cui oggi ascriviamo un carattere
assoluto, non si riveler relativo domani, e non dovr cedere il
posto a un concetto assoluto pi alto? La risposta non pu essere
che una sola: nessuno al mondo pu assumersi una garanzia di tal
genere. Anzi, possiamo esse sicuri che l'assoluto vero e proprio
non sar mai afferrato. L'assoluto  una meta ideale che abbiamo
sempre dinanzi a noi senza poterla mai raggiungere. Sar questo
forse un pensiero che ci turba, ma a cui ci dobbiamo adattare. La
nostra condizione  paragonabile a quella di un alpinista che non
conosce le montagne per cui cammina e non sa mai se dietro la cima
che vede dinanzi a s e che vuole raggiungere non ne sorga per
caso un'altra pi alta. A lui come a noi potr servire di
consolazione il sapere che si procede comunque sempre pi avanti e
sempre pi in alto, e che non c' nessun limite che ci impedisca
di continuare ad avvicinarci alla meta. Spingersi verso questa
meta sempre pi innanzi e sempre pi dappresso  il vero sforzo
costante di ogni scienza, e possiamo dire con Lessing che non il
possesso della verit, ma la lotta vittoriosa per conquistarla fa
la felicit dello scienziato; ch ogni sosta stanca e finisce per
snervare. Una vita forte e sana prospera solo col lavoro e il
progresso. Dal relativo all'assoluto.
Novecento filosofico e scientifico, a cura di A. Negri, Marzorati,
Milano, 1991, volume quarto, pagine 854-855.
